Benvenuti all’inferno, di qui non si passa.
Freetown significa tradotto alla lettera: città libera. Ma il nome
della capitale della Sierra Leone stride con la realtà e suona come un
paradosso spettrale, come una presa in giro macabra di dubbio gusto. A
Freetown, puoi trovare di tutto, fuorché la libertà: violenza a fiumi,
bagni di sangue, mutilazioni a colpi di machete, bambini costretti ad
entrare nel Ruf (fronte unito rivoluzionario che vuole impadronirsi del
potere), drogati e strappati all’adolescenza dai guerriglieri,
obbligati a diventare macchine da guerra con iniezioni d’eroina, con
crack e pillole varie. Bambini assassini, che non l’hanno scelto, ma
una volta educati a massacrare sono diventati vittime e carnefici allo
stesso tempo. Tutti hanno ucciso e mutilato, civili, loro simili,
uomini, donne, esseri umani insomma, non perché volessero farlo. Ma il
lavaggio del cervello programmatico e violento cui sono stati
sottoposti, complice la droga, li ha resi e li rende distaccati
osservatori e distaccati attori dell’orrore. Perché con l’orrore,
impari a conviverci prima o poi, quando hai tagliato braccia e mani per
qualche volta, ti assuefai alla brutalità.
La Sierra Leone con la sua capitale Freetown sta
affogando in un oceano di sangue. Il Ruf vuole la conquista del potere e
per ottenerla ha bisogno delle armi. Le armi non è in grado di
fabbricarsele. Ecco allora che lotta per procurarsele, perché
senza mitra, caricatori, arsenali di morte sofisticati e veloci, non ha
chance per la sua marcia verso il potere. La Sierra Leone è una miniera
di diamanti. Le purissime pietre sono contese dai ribelli, per azioni
sporche e per interessi politici tesi a soffocare ogni anelito
democratico. Con i diamanti venduti all’Occidente, il Ruf autofinanzia
la sua guerriglia, calpesta i diritti umani e civili della popolazione,
rapisce bambini e bambine per farli diventare guerriglieri tossici e
feroci, sorta di pitbull umani, addestrati dalla barbarie dell’uomo a
mutilare braccia e mani. I diamanti in Sierra Leone sono i migliori
amici della guerra. E dell’Occidente che ci guadagna.
Da un lato, abbiamo un Occidente complice - è notizia
recente l'ipotesi di un'intesa, tutta da verificare, dei mercanti
europei per boicottare il traffico delle pietre insanguinate - che
fornisce armi in cambio di diamanti, dall’altro la smania assoluta di
potere di un ex caporale dell’esercito che si chiama Foday
Sankoh. Personaggio di tutto rispetto, (ironicamente) degradato ed
incarcerato in passato per una serie di complotti orditi contro le
istituzioni. Agli inizi degli anni’80, Sankoh finisce in Libia in un
campo d’addestramento per terroristi. Si dimostra e si dimostrerà all’altezza
del ruolo. Nel 1992 il primo colpo di stato che vede al centro della
scena politica il capitano Valentine Strasser, mente del complotto.
Strasser accusa il governatore Joseph Momoh di essere incapace di
fronteggiare i ribelli che avanzano verso le regioni orientali dalla
Liberia, dove Charles Taylor, che Sankoh aveva incontrato durante il suo
apprendistato di terrorista in Libia, ha ormai iniziato una guerra
civile e ha il totale controllo del paese, esclusa la capitale Monrovia.
In difesa delle miniere, Strasser si appoggia ad una società
sudafricana di mercenari.
Ma l’Occidente, per continuare ad
aiutare (?) il travagliato paese africano, pretende un’apertura
politica al multipartitismo politico. Nel 1996, le elezioni vengono
vinte da Ahmed Tejan Kabbah, di professione avvocato, vissuto per
vent’anni all’estero lavorando dentro L’Onu. Viene eletto grazie
ad aggiustamenti e trattative diplomatiche a tavolino, perché è la
sola faccia presentabile in circolazione, ma senza polso. Difatti, non
appena i ribelli procedono minacciando la regione dei diamanti, Kabbah,
per le pressioni occidentali, licenzia i mercenari che Strasser aveva
assoldato. È la fine, la Sierra Leone si sgretola. Il fronte
rivoluzionario unito è diventato un esercito. Intanto a Freetown il
maggiore Johnny Paul Koroma organizza un colpo di stato e chiama il Ruf
al governo. Kabbah scappa e in esilio dove paga truppe mercenarie di una
società britannica e chiede aiuto alla comunità internazionale. La
quale lo aiuta e lo rimette al suo posto con le armi. L’esercito si
scinde: una parte va con il Ruf. Febbraio 1999. Il Ruf assale Freetown
che diventa una bolgia infernale di cadaveri orrendamente mutilati.
Seimila persone rovinate dal machete. Il Ruf, nella sua logica dell’orrore,
è gentile: chiede alle vittime se preferiscono essere amputate al polso
o al gomito. La situazione di guerriglia va avanti per sei mesi, poi l’Onu
dà la benedizione ad un accordo di pace alquanto improbabile tra Kabbah
e Sankoh. I ribelli del Ruf vengono premiati con un’amnistia totale in
nome della sofferenza che hanno fatto patire ad un paese che in nove
anni ha avuto 80mila morti, 40mila amputati, ben 2 milioni di
sfollati e mezzo milione di persone riparate all’estero. A Sankoh,
premiato con la presidenza della Commissione per le risorse strategiche
(i diamanti), non passa per la testa di deporre le armi, anzi. I suoi
uomini oltrepassano le linee del cessate il fuoco e marciano di nuovo
verso Freetown.
L’Onu impiega 8 mila soldati per
mantenere la pace, ma pare non si accorga di quanto sta accadendo. 500
caschi blu vengono presi in ostaggio dai ribelli. La parvenza di
legalità costituzionale è salvata dall’intervento di 800 parà
britannici. Sankoh è obbligato a darsi alla fuga, ma nel maggio del’99
è arrestato. Sta in una località segreta. Non c’è però nessuno che
ha deciso di privarlo della carica di vicepresidente. Charles Taylor è
ora diventato un mediatore di tutto rispetto. È presidente della
Liberia, che negli ultimi due anni ha esportato diamanti per 400
miliardi di lire. Nel luglio del ’99 viene firmato il trattato di
Lomè tra il governo di Freetown e il Ruf con il quale si interrompevano
i combattimenti. È passato un anno, la tregua è andata a pallino.
Questa la cronaca. Ma fonti autorevoli sostengono che l’atroce guerra
della Sierra Leone, stato schiacciato in un angolo dell’Africa
occidentale, dilaniato da colpi di stato e guerriglie civili, sia opera
di voltafaccia ed intrighi internazionali. Autorevoli fonti ritengono
che per controllare i giacimenti alluvionali o le miniere di Kimberlite,
dove si trovano i diamanti, i ribelli non depongono le armi e che in
questa guerra terribile ci sia lo zampino dell’Occidente. I ribelli
vogliono soldi e potere. E l’Occidente vuole guadagnarci.
I dubbi sollevati da fonti autorevoli sulla mancata risoluzione del
conflitto. Una: il vescovo italiano di Makeni, l’altra: uno studio di
due economisti di Oxford, che sfata molti luoghi comuni.
Monsignor Giorgio Biguzzi,
vescovo di Makeni, uno dei mediatori del processo di pace, è più volte
preso in ostaggio dal Ruf. Il suo commento alle risposte di una
giornalista italiana: “Il trattato di Lomè sta per saltare, a
discapito dei progressi in atto. Si era riusciti ad ottenere il
movimento delle agenzie umanitarie nelle zone controllate dai ribelli, a
fare arrivare medicine nella zona dove il Ruf controlla tutto il
territorio, inoltre con lentezza il commercio si era rimesso in moto con
l’apertura delle strade. Ma i ribelli non si sono disarmati.
Ritenevano che l’ostacolo fosse la mancanza dei campi di raccolta, ma
una volta preparati, i ribelli hanno detto che il presidente Kabbah
doveva disarmare i suoi miliziani della guardia civile. Kabbah l’ha
fatto, così la sicurezza restava nelle mani dei soldati delle Nazioni
unite”. Riguardo al sospetto che a sostenere la guerra il Sierra Leone
c’entrino i paesi che aderiscono all’Ecouas, la comunità economica
dell’Africa occidentale,
Monsignor Biguzzi pensa che ci siano delle forze occulte, non
chiaramente identificabili. Fatto sta che i ribelli continuano ad essere
riforniti di armi. Biguzzi spiega: “Nell’Ecouas è sempre esistita
una divisione fra i francofoni e gli anglofoni. Tra i primi, Costa D’Avorio
e Burkima Faso si sono sempre tirati indietro quando si trattava di fare
qualcosa per fermare la strage con l’Ecomog (forza di interposizione
finanziata dai paesi membri dell’Ecouas). Oggi arrivano notizie a
Freetown che in Burkina Faso arrivano armi per i ribelli. Alcuni di loro
hanno detto di essere stati addestrati in Burkina Faso”. Conclude
Biguzzi che Burkina Faso sostiene i ribelli perché, a detta di
qualcuno, ha legami con la Francia. E Francia e Usa hanno intrapreso una
lotta sotterranea per il controllo dell’Africa e che seguendo questi
percorsi sotterranei si arriva sempre all’Occidente.
L’analisi statistica degli economisti
Paul Collier (che è anche direttore del dipartimento di ricerca della
Banca mondiale) e Anke Hoeffler (Oxford). Dalla loro ricerca è
risultato che i paesi, che dipendono dall’esportazione di materie
prime non lavorate (come minerali e caffè) per le quali esiste un
proficuo commercio internazionale, sono più a rischio di guerre civili.
“I diamanti sono i migliori amici della guerriglia – afferma Collier
– perché i ribelli devono pagare al soldo le truppe e non sono in
grado di produrre niente”. Ovvio che cerchino di trarre profitto da
attività economiche primarie che non corrono il rischio di un crollo
sotto il peso dello sfruttamento. Aggiunge inoltre: “I diamanti sono
risorse naturali, che si trovano in luoghi circoscritti e non possono
muoversi”. Così ecco un’altra fonte che sostiene che la conquista
dei diamanti da parte dei ribelli è la ragione principale della ripresa
del conflitto armato. Non è né l’odio tribale, né il fanatismo
religioso a fare scoppiare le guerre civili, ma sono le materie prime.
Guarda caso, secondo i due studiosi, i paesi etnicamente più
diversificati sono meno a rischio di conflitti civili violenti, poiché
i costi della guerra civile sono più alti che negli stati con solo due
o tre gruppi etnici. Altra conclusione: se in uno stato esplode la
guerra civile, la probabilità che questa rinasca dalle ceneri dei
trattati di pace aumenta quando all’estero c’è una ricca comunità
di emigrati che, grazie al denaro, compra vendette personali contro
civili della comunità rimasta in patria.
Altri interrogativi irrisolti.
Secondo indiscrezioni di fonti
britanniche, i caschi blu di Kenya e Zambia, attaccati dai guerriglieri,
non avrebbero opposto resistenza e questo avrebbe spinto i ribelli a
marciare su Freetown. Come mai non hanno opposto resistenza? La causa va
ricercata nello scarso addestramento dei caschi blu africani in
operazioni di pace e a collaborare congiuntamente con altre forze. In
alcuni casi, attanagliati dal panico, i caschi blu africani hanno ferito
dieci soldati del Kenya. Ma questo è accaduto di fronte al rifiuto
occidentale di partecipare ai contingenti di pace negli scenari
africani. Così il Palazzo di Vetro usa truppe dei paesi del terzo
mondo, poco motivate a combattere, dato che gran parte del denaro
versato dall’Onu riempie le tasche dei rispettivi governi, lasciando
al soldato semplice un pugno di spiccioli. Comunque la disfatta militare
in Sierra Leone ha obbligato l’Occidente ad intervenire. La Gran
Bretagna, ex potenza militare che mantiene in Sierra Leone consiglieri
militari, ha preso possesso dell’aeroporto. Altra questione: ad
appoggiare il Ruf non sarebbe estranea la Liberia, che procura armi ai
guerriglieri leonesi in cambio di diamanti nelle aree da loro
controllate e commerciati nell’illegalità. L’ipotesi non è campata
in aria, ma corroborata da dei dati: la Sierra Leone, nonostante i
ricchi giacimenti, nel 1999 ha esportato pietre per soli trenta milioni
di dollari, nello stesso periodo la Liberia, che ha scarsi giacimenti,
ha esportato diamanti per 300 milioni di dollari.