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"Gli
altri e noi, la sfida del multiculturalismo" di
Angelo Paganini
Il libro di
Antonio Gambino, Gli altri e noi: la sfida del multiculturalismo,
pubblicato dalla casa editrice il Mulino, è un interessante stimolo ad
affrontare il problema del multiculturalismo.
Si tratta di un agile libretto, non esente da difetti (qualche passaggio
superficiale, qualche errore storico ed altro), ma nell'insieme
interessante: fa pensare.
Il primo capitolo tenta, partendo dall'antichità, di fare,
relativamente al problema del multiculturalismo, una rapida sintesi del
processo storico che ha portato alla situazione attuale. Si tratta, però,
di un capitolo superficiale con vistose inesattezze storiche ed
affermazioni discutibili.
Il secondo capitolo, intitolato Le culture a confronto, considera
alcune vie di soluzione del problema del multiculturalismo
tradizionalmente in uso nei paesi che, per primi, hanno dovuto fare i
conti con forti afflussi di immigrati. Gambino considera soprattutto
l'esempio degli USA e quello della Francia. Negli USA è stata seguita
la politica del melting pot, della "pentola" (pot)
in cui gli immigrati erano chiamati a diluirsi e fondersi (melting).
A questo proposito Gambino osserva:
(...) la «pentola» in
cui gli uomini e le donne provenienti dall'Europa erano invitati, una
volta varcato l'Atlantico, a diluirsi e fondersi non era per nulla
neutrale (...)
(...) il codice, non scritto ma sostanziale, del melting pot
consisteva nella progressiva adesione delle successive ondate di
immigrati (...) al modo di pensare e di vivere del paese che li aveva
accolti.
La politica del melting
pot, che, a giudizio di Gambino, è entrata in crisi da almeno un
quarto di secolo, è stata sostituita prima da quella della salad
bowl, l'insalatiera, «in cui tutte le varie componenti sono
invitate a mischiarsi, conservando però ognuna la propria specificità
e il proprio "sapore"» e poi da quella dell'identità
separata e del riconoscimento.
L'autore sottolinea che la politica del melting pot non è stata
contestata tanto dai nuovi immigrati, quanto dalle minoranze culturali
più consolidate negli USA e in Francia.
Gambino tratta poi il tema della political correctness, che
illustra così:
Le due parole di questa
formula - coniata negli Stati Uniti un po' più di un decennio fa -
hanno (...) non solo il suono ma anche la sostanza di una denuncia. Esse
vogliono sottolineare non soltanto la condizione di costante soggezione
in cui il mondo occidentale ha tenuto per millenni (sic) e seguita
ancora oggi a tenere, tutte le altre parti del nostro pianeta, ma il
fatto che tale risultato è stato ottenuto, innanzi tutto, attraverso
una totale egemonia politico-economico-militare, che è riuscita a
presentare in modo negativo e denigratorio tutte le altre tradizioni
culturali (...)
Gambino illustra anche
gli eccessi polemici cui è giunta l'ideologia della political
correctness negli Usa, dove alcuni suoi sostenitori hanno tentato di
escludere dagli argomenti di insegnamento gran parte della cultura
classica dell'Occidente dai greci in poi.
Una delle cause dell'atteggiamento polemico delle minoranze è data,
secondo Gambino, dal crescente divario economico tra i ricchi e i poveri
del paese (in genere appartenenti alle minoranze). Egli evidenzia come
«il divario economico tra il quinto superiore della popolazione e il
quinto inferiore sia passato, negli Stati uniti, tra il 1969 e il 1992
da 7 volte e mezzo a 11 volte, in Inghilterra tra il 1977 e il 1991 da 4
a 7 volte».
Il terzo capitolo del libro è dedicato essenzialmente a temi di
politica internazionale ed, in particolare, al cosiddetto "diritto
di ingerenza", cioè al diritto della comunità internazionale di
intervenire, eventualmente anche con l'uso della forza, per affrontare
quelle situazioni «che, pur sviluppandosi all'interno di un singolo
Stato, presentano caratteri tali di "negatività" da dover
essere considerate come inaccettabili ».
Con il quarto capitolo, Gambino torna a considerare il problema del
multiculturalismo nei suoi aspetti interni ed esordisce evidenziando
l'insufficienza del concetto di tolleranza:
Nata in uno sfondo
politico e culturale preciso - quello della lotta contro l'assolutismo e
della rivendicazione dei «diritti naturali» - la tolleranza non solo
si riferisce unicamente alle opinioni e alle convinzioni ma per di più
si presenta come criterio del tutto approssimativo: che, mentre non
nasconde la propria origine paternalistica (...), può riuscire senza
troppa difficoltà ad accoppiarsi con un non tanto sotteso razzismo.
Si presenta qui, come
possibile via di uscita, quella del conseguimento di un
"universalismo consensuale" (è il titolo del capitolo).
Tuttavia, osserva l'autore,
Anche qui (...) non
mancano gli ostacoli. Il primo dei quali è il seguente: per arrivare a
identificare, attraverso il dialogo e il consenso, una serie di valori
universali, è necessario che ci si sia, prima, trovati universalmente
d'accordo tanto sul fatto che questo codice realmente universale ancora
non esiste, tanto sull'importanza di crearne uno.
Nondimeno, qualche
possibilità concreta di dialogo esiste, a patto che non si punti, con
la creazione di un codice universale, all'eliminazione di ogni
differenza culturale, ma piuttosto all'obiettivo meno ambizioso, ma più
realistico di trovare un codice "sovraculturale", nella
speranza di poter «delimitare il quadro entro cui gli inevitabili
conflitti possano essere, in qualche misura contenuti».
Gambino conclude il capitolo con quattro proposte pragmatiche e
abbastanza articolate di cui riportiamo qui l'essenziale.
Evitare fughe, sia in
avanti sia all'indietro: cessare cioè di idealizzare un contesto
sociale che è ormai definitivamente morto, ma, dalla parte opposta, non
dare per esistente qualcosa che, invece, è solo nella mente o nei sogni
di pochi.
Formulare una politica
sovranazionale dell'immigrazione realistica ma anche lungimirante.
Nel campo dei problemi
giuridici [derivanti da costumi particolari quali poligamia, ecc. N.d.R.]
(...) l'unica strada da seguire appare quella della flessibilità e
dell'approssimazione [con l'obiettivo di] mettere in moto
l'indispensabile processo di graduale cambiamento delle singole comunità,
evitando però il pericolo di produrre un loro immediato snaturamento.
L'ultima prescrizione -
che riguarda essenzialmente il mondo occidentale - è quella che si
potrebbe definire dell'educazione all'universalismo.
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