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Fabio Burinato 4B 1999/2000
Questa gita è stata "nuova". Per nuova intendo che mai mi sarei sognato di vivere un'esperienza diversa, un "museo" davvero interattivo. Cambia, infatti, totalmente l'approccio: in un qualsiasi museo avete a disposizione un serie di vetrine, con tanto di etichetta sotto ogni pezzo o foto, nelle quali trovate immagini o reperti su questo o quell'argomento; nei casi più fortunati si ha a disposizione una guida che illustra ciò che si sta visionando, evitando l'effetto da "peroftalmo tiroideo" (che consiste nel fissare con occhio più o meno intelligente la guida mentre si viene travolti da una marea di nozioni). A mio avviso è proprio questa passività che un po' demotiva lo studente. A Reggio Emilia, nel "Museo" di Sola Andata, il
feeling è stato tutto diverso; sarà stato il fatto che si svolgeva tutto in coppia e sciolti dal gruppo, sentendo più propria l'esperienza, senza compagni che cadono in profondo letargo al solo vedere le bacheche di un museo qualsiasi, sarà che comunque era emotivamente coinvolgente, ci si sentiva davvero il povero pakistano alla ricerca di un lavoro, o l'africano che viene in Italia per poter mantenere la famiglia: le situazioni, l'ambiente, insomma tutto era ricreato davvero fedelmente. Per descrivervi com'era fatto il museo, vi racconterò l'esperienza mia (e del mio amico Francesco), per l'occasione diventati Rebeneck Assurm'el, povero pakistano alla ricerca di un lavoro in Italia. Dopo una breve presentazione, abbiamo scelto, tra molti, il personaggio di cui avremmo assunto il ruolo e ci siamo recati in un'aula multimediale, dove abbiamo letto un breve, ma interessante, quadro socio-politico del Pakistan: mi hanno sinceramente stupito le condizioni sociali, politiche e sanitarie del paese. Insomma avevo sempre pensato al Pakistan come un paese sottosviluppato, che aveva subito inondazioni, ma il tutto era abbastanza lontano, quasi un brutto ricordo da scacciare; ma leggendo il profilo della nazione mi sono accorto che una di quelle "lontane" inondazioni aveva ucciso centinaia di migliaia di persone, la situazione politica era precipitata, con l'esercito che la faceva da padrone, per non parlare del quadro sanitario, e solo dalle fotografie si può ben immaginare la situazione, senza contare le epidemie. Assolto il compito di informarci, ci siamo recati nell'ambasciata pakistana, al fine di avere un visto ed una carta d'identità indispensabili per giungere in Italia, la nostra meta finale. Ma, disdetta, proprio al confine con la Turchia, tappa obbligata, la polizia ci arresta, e siamo costretti a permanere in prigione per un paio di minuti. Stento a crederci, ma avevo quasi paura di quelle guardie, paura che era più che altro sfida a proseguire. È forse questo sentimento, che ha reso il tutto interessante: ad un certo punto ci si immedesimava nel personaggio, e si voleva arrivare in Italia, sobbalzando quando arrivava la polizia, facendo affidamento sul lavoro nero per raggranellare qualche soldo e mettersi in regola. Le tappe successive furono cercare una nave per essere traghettati in Italia (scartammo la via area, non avendo soldi a sufficienza) e scegliemmo una nave clandestina, con la quale finalmente, evitato per un pelo il controllo della polizia (un ragazzo vestito alla militare che stazionava lungo un corridoio), giungemmo finalmente in Italia!
Le avventure mie e di Francesco non erano però finite qui; ancora col cuore in gola per l'inseguimento da parte della polizia, iniziammo a lavorare, giungendo dopo diverse avventure alla questura, fulcro centrale dell'intera esperienza: qui si sarebbe decisa la nostra sorte: cacciati nuovamente in Pakistan, oppure finalmente integrati con la società italiana, in regola e potendo finalmente spedire qualche soldo ai nostri familiari rimasti in patria. La fortuna fu dalla nostra: sebbene privi di un documento abbastanza importante, che certificava il nostro lavoro (in nero) a Reggio Emilia, ottenemmo lo stesso l'agognato permesso di soggiorno.
Eccoci giunti così alla fine dell'esperienza: è stato utile, oltre che divertente? Penso di sì. Almeno mi ha fatto riflettere un po' di più sulla situazione di certi paesi, e il divertimento è stato un'intuizione assai felice per evitare il generale disinteresse che coglie chi va a vedere un museo perché costretto. Inoltre ogni "tappa" del nostro viaggio dal Pakistan all'Italia era accompagnata da brevi note, che spiegavano concretamente cosa stava succedendo, cosa serviva per essere in "regola", come avveniva materialmente il tragitto fino in Italia, ma soprattutto perché. |