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"Run
away for life" di
Giuseppe Malandra
Casa di
Betania ha aperto le porte ed ora siamo al completo, in tutto 11
persone, di 8 nazionalità diverse, Romania, Albania, Algeria, Marocco,
Benin, Sudan, Iran e Sierra Leone. In questo mosaico di nazioni,
culture, religioni e lingue diverse vi lascio immaginare la fatica ma
anche la ricchezza del vivere insieme quotidianamente.
La regola fondamentale, la pietra miliare di Casa di Betania è il
rispetto e l'ascolto. Imparare ad ascoltare l'altro che ha qualcosa che
io non ho, imparare ad ascoltare perché l'altro, il diverso, quello che
ho etichettato con i miei pregiudizi e stereotipi precostituiti, prenda
un volto, diventi una persona con un nome, una storia fatta di
sofferenze e di gioie come la mia.
Ascoltando le loro storie si rimane coinvolti, non si può rimanere
indifferenti, per questo motivo ho scelto di parlarvi della storia di un
ospite di Betania, un ragazzo di 21 anni, il suo nome è John e arriva
dalla Sierra Leone
John ha
vissuto tutto il calvario del suo popolo straziato dalla guerra civile
che non ha senso se non nell'interesse di chi brama l'oro e i diamanti
di cui, questo paese dell'Africa Occidentale, è ricco. Nato in una
famiglia agiata, figlio di un ministro al governo, John ha potuto
frequentare gli studi superiori fino all'Università. Tutto procedeva
nella normalità e serenità, ma durante gli studi universitari, i
ribelli cominciarono la loro avanzata su Freetown, la capitale, per
prendere il potere. Arrivati al suo villaggio, gli uccisero papà,
mamma, fratello e sorella, l'unico risparmiato dalla strage fu lui
grazie all'intervento di un suo amico di scuola che, essendo dalla parte
dei ribelli, si prodigò per salvargli la vita.
Fatto prigioniero, gli venne risparmiato quello che era il trattamento
per tutti i catturati, che John sintetizza in due parole inglesi
"Short cut e long cut, taglio corto o taglio lungo. Il prigioniero
poteva scegliere tra queste due opzioni: se sceglieva il taglio corto,
gli veniva, in realtà, amputato il braccio, se invece sceglieva quello
lungo, era la mano ad essere tagliata. In questa maniera un terzo della
popolazione della Sierra leone, circa 500.000 abitanti, è stata
mutilata, un grande handicap per il futuro del paese. John dice di aver
visto praticare queste amputazioni anche su neonati di 9 mesi. La
guerra, dice, non è come quella che si vede alla televisione, ma è
molto diversa, nella guerra l'uomo diventa come una bestia e la vita non
ha più alcun valore.
Risparmiato da questo trattamento, John viene usato come portatore di
tutto quello che veniva rubato dai ribelli durante il loro passaggio.
Caricato del bottino, John doveva camminare per chilometri e chilometri
senza bere e senza mangiare, perché solo al minimo lamento poteva
rischiare la mutilazione o la morte. L'unica forza che lo reggeva
era la volontà di vivere e la sua fede in Dio.
L'occasione per la fuga si presentò quando la forza africana per
il mantenimento della pace nell'Africa Occidentale (West Africa Peace
Keeping forces) facente parte dell' ECOMOG (Economic Community of West
African States Monitoring Group), cominciò a bombardare i villaggi dove
si supponeva vivessero i ribelli. Naturalmente le bombe non facevano
distinzioni tra civili e ribelli. Ci furono tanti morti e lui, nel fuggi
fuggi generale, tagliò la corda e si rifugiò alla Croce Rossa
internazionale. Entrò nel campo profughi situato in Guinea Conakry,
vicino alla frontiera con la Sierra Leone, ma anche qui non c'era
sicurezza perché i ribelli spesso varcavano il confine facendo vittime
anche tra i rifugiati. Dovette ancora fuggire per andare in Senegal
a Dakar dove prese il primo aereo che lo portò a Malpensa il 19/10 99.
John è un ragazzo intelligente, vuole rifarsi una vita, cerca un lavoro
e poi la possibilità di riprendere gli studi interrotti a causa della
guerra. Ora si sta impegnando per lo studio della lingua italiana, ha
molti progetti, ma ha anche bisogno del nostro aiuto per poterli
realizzare.
Vi ho raccontato una storia, una tra le undici storie, degli undici
ospiti di Betania, per capire che lo straniero, quello che incontriamo
tutti i giorni, ha un volto, un nome e una storia alle spalle, in una
parola, è una persona che ha bisogno di ascolto.
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