"Lo
straniero nella Bibbia " di
don Pierangelo Cattai, Parroco di Pieve Emanuele, Maria Immacolata
Interpelliamo
la Bibbia non per fare un discorso elegante ed eccentrico ma per tentare
un discorso attuale ed impegnativo. La Bibbia infatti non è un insieme
di reperti archeologici ma è la testimonianza della Parola di Dio, di
un Dio che parla all'"uomo vivente", con i suoi drammi e le
sue speranze, con le sue gioie e le sue sofferenze.
Cosa dice Dio allo straniero e a coloro che si interrogano su "cosa
fare" nei confronti degli stranieri? Sostanzialmente tre cose:
-
Tutta
l'umanità, a pensarci bene, con tutta la sua storia, si è resa
"straniera" a Dio: Egli aveva pensato ad un Eden di
comunione e di perfezione, ma rifiutando Dio (Genesi 2-3) e la
solidarietà creaturale ("è stata lei", dice Adamo di
Eva; "è stato lui", dice Eva del serpente) l'umanità
inizia il suo migrare/errare finché non giungerà, alla fine dei
tempi, alla patria della Gerusalemme celeste: perché Dio ha
"viscere di misericordia" e non abbandona l'uomo a se
stesso: come Signore della storia Egli interpella la libertà
dell'uomo e gli propone un'Alleanza di salvezza e di speranza.
-
Il
popolo di Dio, Israele, ha rappresentato tutto se stesso nella
vicenda di Abramo, chiamato a lasciare la sua terra, la sua tribù,
la casa di suo padre e ad incamminarsi verso una terra sconosciuta,
che Dio gli avrà indicato (Genesi 12). L'unico fondamento stabile
per Abramo non è una terra però, ma la fede (Genesi 15): la terra
e la posterità sono invece oggetto della promessa. E proprio con
Abramo iniziava la professione di fede dell'Israelita, che
recitava: "Mio padre era un Arameo errante..." (Deuteronomio
26,5)
In
questa storia si rivela sempre più profondamente quel Dio che è "goel"
(= redentore) del suo popolo, e che con sapiente pedagogia educa il suo
popolo a trarre lezioni dalla sua storia: "non sfrutterai il
forestiero né lo molesterai: anche voi siete stati forestieri nel paese
d'Egitto!" (Esodo 22,20)
-
La
storia di Israele porta a Gesù Cristo (Matteo 1,1-18). Chi crede (=
chi "si fida" di Lui, e quindi "lo segue",
diventando suo discepolo, imparando da Lui) riceve da Lui, Risorto
da morte, il suo Spirito, mediante il quale può rivolgersi a Dio
chiamandolo "Abbà": in Lui trova il senso, il baricentro
della sua vita, e gli è possibile comportarsi in questo mondo in
maniera sciolta e liberata, e vedere in ogni uomo (per il quale
Cristo è morto) un fratello e risentire come normali (!...) le
"scandalose" affermazioni del Nuovo Testamento:
-
"ero
forestiero e mi avete ospitato..." (Matteo 25,35);
-
"Cristo
è la nostra pace: egli ha fatto diventare un unico popolo i pagani
e gli Ebrei: ha abbattuto il muro che li separava e li rendeva
nemici..." (Efesini 2,14);
-
"accoglietevi
gli uni gli altri, come Cristo ha accolto voi, per la gloria di
Dio..." (Romani 15,7);
-
"siate
pronti ad aiutare i vostri fratelli quando sono nel bisogno, siate
premurosi nell'ospitalità..." (Romani 12,13);
-
"non
dimenticate di ospitare volentieri chi viene da voi: ci furono
alcuni che, facendo così, senza saperlo ospitarono degli
angeli..." (Ebrei 13,2);
* Ho
cercato di svolgere un discorso correttamente biblico, e sono
perfettamente convinto che debba essere tenuto presente nella nostra
riflessione/azione di cristiani; sono peraltro del tutto consapevole che
le domande immediate oggi sono ipotecate da problematiche tutt'altro che
oziose:
-
e
giusto rinunciare alle nostre radici?
-
esiste
un "diritto all'invasione"?
-
di
fronte ai "clandestini": che atteggiamento assumere?
-
come
comportarsi con le altre religioni?
-
in
particolare: nei confronti di un Islam arrogante ("con le
vostre leggi democratiche vi invaderemo, con le nostre leggi
religiose vi domineremo"): cosa fare?
Ma
questi non erano argomenti sui quali mi è stato chiesto di riflettere:
la speranza comunque è che su questi temi le comunità cristiane
comincino ad interrogarsi, senza pregiudizi... magari anche su questo
foglio!
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