"Spunti
per una riflessione" di
Marco Carpini e operatori della casa
Cogliamo l'invito
fattoci da don Pierangelo sulle pagine della nostra pubblicazione, ove
si esortava la comunità cristiana, di cui ci sentiamo felicemente di
far parte, a riflettere su talune problematiche connesse con il fenomeno
immigrazione. Per chiarezza riproponiamo le domande posteci da don
Pierangelo, ad ognuna delle quali corrisponderà una risposta frutto
delle nostre riflessioni.
No, e crediamo anche
che ciò non sia necessario. Innanzitutto noi intendiamo per radici
tutto il nostro bagaglio di tradizioni culturali e sociali, tra cui
rientra a buon diritto il nostro essere cristiani. Esso non è mai stato
oggetto di un possibile scambio o rinuncia; invece, con il contatto ( e
non il contrasto ) con culture e tradizioni diverse dal contesto
geografico occidentale, ci pare che tale nostro humus culturale possa
venire arricchito, piuttosto che depauperato o annichilito. Inoltre la
metafora delle radici ci ricorda che esse affondano tutte nella medesima
terra, da cui traiamo sostentamento e linfa. Dunque alberi all'apparenza
diversi sono invece legati dall'appartenenza al medesimo genere, nel
nostro caso esseri umani e figli di Dio.
No, anche perché non
si sta parlando di una guerra, ma di un fenomeno migratorio dettato in
prevalenza da ragioni di ordine economico. Diremmo piuttosto che esiste
un "diritto all'immigrazione".
La domanda esige una
risposta che non può permettere generalizzazioni. Il fenomeno
migratorio clandestino è composto da due sottogruppi diremmo ben
individuati: l'uno che fa ricorso alla clandestinità per sfuggire ai
controlli legali in quanto si tratta di persone dedite, o che hanno
intenzione di dedicarsi, ad attività criminose; l'altro che è composto
da persone che, vuoi per ignoranza, vuoi per disperazione, si affidano a
gruppi di criminali che ne assicurano l'entrata illegale sul territorio
nazionale (i tristemente famosi "scafisti" ). Crediamo che
tali fenomeni siano diversi, e dunque abbisognino di risposte diverse.
Nel primo caso si dovrebbe assumere un atteggiamento identico a
qualsiasi altro fenomeno di delinquenza, ovverosia perseguire con equità
e giustizia quelle persone resesi colpevoli di atteggiamenti contrari
alla legge. Nel secondo caso si dovrebbe aiutare tali persone ad
intraprendere un cammino di regolarizzazione, nel rispetto delle
possibilità offerte dalla legge italiana.
Siamo convinti che l'immigrazione può essere utile, se non necessaria,
a condizione che tutti coloro che vivono responsabilità nei confronti
di questo fenomeno facciano onestamente la propria parte.
A questo proposito il
Santo Padre Giovanni Paolo II, il 27 ottobre 1986, ad Assisi, pose un
segno che fu, al tempo stesso, innovatore e profetico, dandoci un chiaro
esempio di come si devono comportare tutti i cristiani. lì Papa, in
quella occasione, riunì i responsabili di tutte le religioni del mondo
e, in un clima di preghiera, invitò tutti ad impegnarsi a perseguire
quello che é il fine di ogni religione: la ricerca sincera di Dio e
della pace tra gli uomini. Alla luce di questo evento è chiaro che il
nostro atteggiamento, nei confronti delle altre religioni, deve essere
fatto di comprensione verso chi intraprende un cammino dì avvicinamento
al Padre, seppur per altre vie diverse dalla nostra.
Tale affermazione parla
da sé. Innanzitutto non crediamo che tale affermazione possa
corrispondere al sentire ed all'agire di tutti i musulmani presenti in
Italia. Inoltre crediamo che la fermezza da opporre a tali posizioni
oltranziste ed integraliste non debba consistere in altrettanti
atteggiamenti, né verbali né fattuali, violenti. Non si combatte il
fuoco con il fuoco...
La fermezza a cui facciamo riferimento è fatta di dialogo e fatti che
dimostrino nella realtà che è possibile far convivere serenamente
culture e religioni diverse, ma anche di vigilanza (semplici come le
colombe ma cauti come serpenti) per evitare che focolai di fanatismo, di
razzismo xenofobo e di ogni forma di discriminazione, in qualunque
ambito essi siano generati, spingano l'attenzione, di fatto guidandola,
su diatribe religiose, anziché sui reali fenomeni sociali da
affrontare, quale classico comportamento di integralismi di cui ogni
religione soffre, seppure in maniera più o meno acuta in relazione ai
momenti storici.
Su questa strada si muove, e intende continuare a muoversi, Casa di
Betania.
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