Appunti di un rifugiato politico: il caso di un camerunese

di Michel

Il Camerun è un paese dalla forma triangolare situato al di sopra dell’equatore e composto da tre grandi zone:

-il Sud, popolato soprattutto da Bantù, è la grande foresta equatoriale
-la savana, invece, è l’habitat di una buona metà della zona nord e possiede delle grandi riserve naturali come il Parco di Waza con i suoi leoni, giraffe, elefanti, ippopotami ecc.ecc.
-il Nord ha un clima simile a quello del deserto sahariano ed è abitato da una popolazione simile a quella dei Bantù.

“Africa in miniatura” così viene definito il Camerun. Perché ospita appunto tutti i microclimi presenti nel continente africano.
E’ delimitato dal Nord al Sud dal Ciad, dalla Nigeria, dal Centrafrica, dal Congo, dal Gabon e dalla Guinea Equatoriale.
Colpiscono l’attenzione una popolazione estremamente accogliente e, sul piano della politica internazionale, questa incredibile stabilità politica ( solo due presidenti dall’indipendenza nel 1960: Hamadou Hidjo dal 1960 al 1982 e Paul Biya dal 1982 a oggi). Non è forse, come dice un proverbio africano, l’albero che nasconde la foresta?
In effetti il prezzo da pagare per questa incredibile stabilità è molto pesante.
Qualche data che mette in rilievo il divorzio tra il potere centrale e il suo popolo:

16 aprile 1984: tentativo di colpo di stato col risultato che quasi tutti i simpatizzanti del vecchio presidente vengono sterminati.

1990: il vento dell’Est soffia sul Camerun. Il popolo chiede partecipazione e democrazia. Dal Nord al Sud scorre un insostenibile fiume di sangue.

26 maggio 1990: viene fondato il SDF (Fronte Social Democratico) e il suo leader Ni John Frundi, sorretto dal favore popolare, arriva vittorioso alle elezioni presidenziali del 1992. I brogli del governo del presidente Biya annullano la vittoria del popolo.

2000: il presidente Biya crea un corpo speciale per la sicurezza e il controllo e così salda i conti con quanti lo contestano.

Ancora nel marzo 2001 nove dei miei compagni, giovani militanti del Fronte Social Democratico, vengono trucidati in piazza e i loro corpi consumati dall’acido.

Dopo che l’ACAT (Associazione Cristiana per l’Abolizione della Tortura) ha rivelato pubblicamente gli orrori di questa stabilità politica, tutte le organizzazioni dei diritti dell’uomo, le formazioni politiche dell’opposizione e soprattutto la popolazione si sono mobilitati e sono scesi in piazza per reclamare giustizia. In queste circostanze abbiamo creato il C9 (comitato di sostegno dei diritti dei 9 compagni uccisi) con un programma di azione fatto di iniziative e manifestazioni di protesta. Naturalmente il potere in carica ha cercato di dividere il movimento ma l’ala dura del C9 di cui facevo parte non ha ceduto e abbiamo proseguito il nostro impegno con marce di protesta, sit-in, meeting…
Il potere ha subito proceduto all’arresto dei più in vista , anch’io tra questi, fummo percossi e umiliati sulla piazza dalle forze dell’ordine e poi, nell’aprile 2001, trasferiti nei locali delle forze speciali di polizia. Lì ho trascorso cinque mesi durante i quali ho subito un trattamento inumano e degradante. Interrogatori di terzo grado e torture perché parlassi e rivelassi i piani d’azione futuri del C9. Vivevo in una stretta cella e il vitto consisteva in un tozzo di pane secco e in un brodo con mais e fagioli. Le bastonate inflittemi in questa crudele prigione e tutta la sofferenza patita mi hanno prostrato e reso malato, inoltre avevo il ginocchio destro fuori uso quando mi hanno ricoverato all’ospedale Laguintini di Douala con la speranza che vi morissi.
Grazie a Dio ho potuto corrompere i miei secondini e sono riuscito a fuggire in Nigeria dove ho potuto curarmi nella clinica ADY Specialist de Calabas nella regione di Cross Rivers State dal settembre al dicembre del 2001.
Alla fine, vista la manifesta situazione di insicurezza del paese, ho dovuto scappare dalla Nigeria nel febbraio del 2002 diretto in Italia. Sono stato tre giorni in viale Ortles (ricovero notturno del Comune di Milano), quattro mesi in via Brambilla, sei mesi in via Giorgi e, tra poco è un anno, a Casa di Betania dove posso affermare che è in atto quasi una rinascita tenendo conto di aver lasciato contro la mia volontà moglie e figli e amici e attività… non si può dimenticare né cessare di preoccuparsi.
La lentezza amministrativa della procedura, dei rifugiati politici in particolare, dura a Milano almeno due anni e in questo periodo non si ha il diritto di lavorare. Ci si può soltanto “arrangiare”.
Questo complica le cose soprattutto se si ricerca un alloggio stabile. Se è già difficile per un italiano figuriamoci per uno straniero!
Apprezzo lo sforzo delle associazioni caritative e soprattutto quello degli Amici della Casa di Betania che esorto a proseguire giorno dopo giorno nell’impegno dell’accoglienza malgrado tutte le difficoltà che possono incontrare per migliorare la nostra situazione di rifugiati e richiedenti asilo.
Malgrado tutto quello che ho appena scritto una cosa certamente posso dire: in Italia mi sento al sicuro e se per caso mi succedesse di rientrare in Camerun, dove sono ricercato, non avrei scampo; sarei nuovamente arrestato, torturato e ucciso come i miei 9 compagni.

Michel

 

 

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